Prefazione - Maria Camilla Pallavicini

E'una donna aperta, sincera, coraggiosa Susanna Fioretti. Non la conoscevo. Giorni fa, una comune amica, mi chiama e mi chiede di scrivere una prefazione a questo testo. Sono stupita, perplessa, ho poco tempo, non mi sento all'altezza, non so se il suo libro mi farà vibrare le corde giuste, ma l'indomani, di sera, uscendo da teatro, sorride e mi consegna perentoria il manoscritto. Torno a casa, approfitto delle ore silenziose della notte e incomincio a leggerlo.
Vengo subito attratta dall'incedere del racconto e dalla sua scorrevolezza. Le sue parole mi catapultano indietro, quando a vent'anni, scontenta del mio ambiente, cercavo qualcosa che mi riempisse il cuore e desse significato alla mia vita. Non trovavo risposte convincenti ai miei quesiti, mi sentivo prigioniera in una gabbia dorata fino a provarne vergogna, anelavo di dar via tutto e di andare volontaria in Africa. Me ne è mancato, però, il coraggio, non ho fatto scelte radicali, non mi sono realmente messa in gioco. Lei, Susanna, ama la vita, perchè ama quello che fa, fatica, si sacrifica, sa essere sola, non cerca riscontri, costruisce e se ne va, senza attendersi un grazie, continua a sperare e, così, ogni ritorno, ogni fine, segna l'inizio di una storia diversa. Torna con la valigia in mano, pronta di nuovo a partire verso altri orizzonti. Mi fa pensare al matto dei tarocchi che, fardello in spalla, senza voltarsi, se ne va per la sua strada. A volte, capita che un cane la insegua e tenti di morderla per fermarla e inchiodarla ai suoi ricordi, ma non vi riesce, al massimo, le sgarra un poco i pantaloni.
Le sue parole, via via che scorrono le pagine, evocano luci, odori, sapori. I posti che descrive, li conosco. Affiorano agli occhi, una dopo l'altra, immagini antiche, villaggi sperduti, impastati di fango, dune, tramonti, pennellate infuocate, donne velate, nugoli di bambini dove nidificano mosche, sorrisi dolcissimi, brocche metalliche ricolme di yogurt, erbe profumate, cieli neri, pioggia di stelle, vie d'acqua melmose, palmeti, strade sterrate, distese di sabbia, stoffe di mille colori, falò, capanne di paglia, occhi liquidi, bocche riarse, odori di spezie, rivoli di escrementi, tanfo, polvere, umidità, sacchi di iuta, carovane, falci di luna, canti, preghiere.
Nelle parole di Susanna, c'è amore e sofferenza, c'è partecipazione, rabbia, determinazione. La fine del suo libro è un'eco lacerante: "...bambini schiavi, bambini che non conoscono carezze, bambini che vivono nel terrore, bambini che hanno fame, bambini che soffrono e muoiono senza piangere, sapersi inutili, arrendersi, aggrapparsi a una speranza..."
La capisco e ne condivido il dolore. E' difficile vedere soffrire; è insopportabile, ma non rimane che accettarlo. Senza che ce ne rendiamo conto, ci proiettiamo nell'altro e, rispecchiandoci in lui, soffriamo anche per noi. Soffriamo, perchè ignoriamo le cause di ciò che ci succede, caparbiamente escludiamo le nostre responsabilità, manchiamo di fiducia e, sull'onda dei nostri sensi limitati, dimentichiamo come, dietro a tutte quelle sofferenze, vi sia sicuramente un bene e un insegnamento per andare avanti. Sfuggiamo e temiamo il dolore, dimenticando che esso matura e insegna ad essere umani.
In questo diario-epistolario poco convenzionale ci sono anche altri temi, altri personaggi e scenari. Tra villaggi indiani e deserti africani compaiono Roma e le spiagge di un'isola greca, esperienze "umanitarie" si alternano a vicende sentimentali e familiari, da alluvioni e carestie si vola ad affrontare "piccoli disastri casalinghi" e poi di nuovo via, verso le macerie di un terremoto. C'è un'osmosi che rende l'insieme fluido e permette di seguire un insolito viaggio nello spazio e nel tempo, molteplici cambiamenti, voluti o subiti. Tutto è narrato con una scrittura leggera, spesso con autoironia, evitando il rischio di cadere nella retorica dei buoni sentimenti.
Qualche sera dopo, finita la lettura del libro, incontro Susanna di persona: un volto scarno, intenso, acceso, occhi penetranti, densi di interrogativi. Mi sembra di conoscerla, dopo che si è messa così generosamente a nudo. Mi sembra, il suo, un tendere la mano, per confrontarsi, discutersi, camminare assieme: un atto di condivisione e di amicizia.
Accompagnandola, però, alla porta, mi viene in mente di raccontarle una storia, quella di Rabbi Eisik che aveva casa a Cracovia. Il Rabbi era un uomo molto povero che viveva una vita di stenti e di miseria. Una notte, in sogno, gli venne ordinato di andare a Praga, perchè, sotto il ponte che porta al Castello, avrebbe trovato un tesoro. Il sogno si ripetè tre volte, cosicchè, un giorno, decise di partire. Arrivato al ponte, trovò che questo era custodito, giorno e notte, da alcune sentinelle. Non ebbe, allora, il coraggio di scavare. Ogni giorno, però, vi ritornava e rimaneva lì, fermo, fino al tramonto. Dopo una settimana, il capo delle guardie, che lo aveva notato, gli chiese amabilmente se cercasse qualcosa. Rabbi Eisik gli raccontò il suo sogno. Il capitano scoppiò a ridere fragorosamente e gli confessò che era stato ordinato anche a lui di andare a Cracovia perchè nella stanza di un ebreo, di nome Eisik, sotto la stufa, avrebbe trovato un tesoro. Aggiunse, però, che non era stato così stupido da dar seguito al sogno! Rabbi Eisik capì la lezione, tornò a casa, dissotterrò il tesoro e costruì una sinagoga.

Perchè mai le ho raccontato questa storia? Forse, per dirle che, ovunque, avrebbe potuto placare la sua sete; ci sono cose, infatti, che non si possono trovare da nessuna parte nel mondo ma soltanto all'interno di sè. Il viaggio si fà, allora, interiore, non importa più in che tempo, in che luogo, a quale latitudine; non si pensa più di salvare il mondo ma solo di lavorare su di sè. Guardando la trama della propria vita, forse, è questo il significato dell'intravedere la tela finita.