Introduzione - Susanna Fioretti

Ho quarantaquattro anni. Dai diciotto ai trentanove sono stata, non sempre con successo, una cosa alla volta o più; insieme, in ordine non del tutto cronologico: studentessa, moglie, aspirante giornalista, comparsa, mamma, assistente, separata, addetta alle pubbliche relazioni, ‘negro’, crocerossina, tecnico d’igiene ambientale e del lavoro, amante, autrice di soggetti e di un libro e mezzo, organizzatrice di tournèes musicali, depressa, divorziata, sceneggiatrice, disoccupata, co-ideatrice di un progetto socio-ambientale in cui ho lavorato gratis, anzi pagando, cominciato con la battaglia contro una megacentrale termoelettrica sul mare e finito con l’ospitalità estiva di bambini ‘a rischio’, passando per la protezione delle tartarughe marine e la costruzione di una casa ecologica di balle di paglia, in un avvicendarsi di volontari di varie origini.
Non ho messo da parte soldi per la vecchiaia e la malattia, ho guadagnato quello che bastava a far vivere me, le mie idee e poco altro. Dopo aver conosciuto un discreto lusso mi sono adattata, a volte con piacere, a macchine usate, viaggi economici, vestiti comprati al mercato e conto in banca al limite del rosso.
Compiuti i quaranta, per una serie di motivi mi sono obbligata a partecipare a un concorso pubblico che non volevo vincere. Ho vinto, e dopo tanti sogni ed esperienze sono diventata ‘segretaria di alta direzione’ nel per me ignoto universo del pubblico impiego fisso. Entrata nel fantastico mondo dell’impiegato doc, di migliaia di persone che vivono contente di questo, visto che per fortuna non siamo tutti uguali e a molti piace o serve davvero un posto simile, mi è bastato poco per diventare grigia come l’ente che mi aveva assunta, perdere la voglia di alzarmi la mattina e vedere la mia vita sentimentale andare in pezzi.
Prima di soccombere ho deciso di chiedere qualche settimana di aspettativa senza assegni e sono partita per l’Africa. Come insegnano certe canzoni di grande spessore culturale, la partenza e la lontananza fanno bene, perlomeno aiutano a ricordare chi siamo e che cosa vogliamo, sempre che prima lo sapessimo. Triste ma vero i guai degli altri riflettono una luce chiarificatrice sui nostri, tanto che di ritorno dal volontariato africano, grazie anche all’esito di alcuni episodi da fotoromanzo, ho deciso di reagire, cambiare, ricominciare.
Era solo questione di trovare il modo, che mi è stato offerto pochi mesi dopo da un’imprevedibile mossa della Provvidenza. Così, lasciato il posto fisso a chi lo voleva, sono diventata delegato logistico, poi Capo Delegazione della Croce Rossa Italiana all’altezza più o meno del Tropico del Cancro.
Questo sono ancora oggi, arricchita di qualche dettaglio, mentre scrivo dalla mia bunga o capanna a Bhuj.

Negli ultimi anni ho tenuto un diario incostante, in cui c’è poco o niente di certi fatti e pensieri, troppo di altri. E’ una cronaca incompleta ma vera, pagine che ora metto insieme senza modifiche o aggiunte perchè ciò che ho taciuto e quanto invece ho avuto bisogno di fissare sulla carta mi aiutino a capire come sono fatta, che cosa per me è davvero importante.
Mi accorgo infatti che la mia vita assomiglia in modo preoccupante alla tela di Penelope: tessuta alla luce della ragione o dei sentimenti, disfatta nei momenti di buio. Io però non sono Penelope. Quello che aspetto e a cui sono fedele non è un marito lontano, e anche se mi sembra di decidere la trama non sono sempre io a stringere e sciogliere i nodi.
In effetti, più che sedere al telaio vado in altalena. Volo su, vedo lontano, poi torno giù e c’è solo la terra dura sotto i piedi.

Mi piacerebbe anche rispondere tra le righe a domande e commenti che ricevo quando parlo del mio attuale lavoro, la cosiddetta attività umanitaria. Chi te lo fa fare, beata te, magari potessi farlo io, che cosa ci trovi, ma non hai paura, come funziona questa storia degli aiuti, quanto va davvero a chi ha bisogno e quanto finisce nelle tasche di qualcuno, ce ne fossero di più di persone come te, non hai nostalgia, e coi figli come fai, da che stai scappando, bella la vita laggiù, è più facile lavorare nel terzo mondo che in questo schifo di città, ma resta a casa tua che è meglio, ti ammiro, che coraggio, chi vuole fare del bene non ha bisogno di andare tanto lontano, tutti bravi a occuparsi dei bambini indiani ma ai nostri vecchi chi ci pensa, dovrebbe venire prima la tua famiglia non ti pare, sei grande, sei forte, mi sa che hai dei problemi, sei matta…

Spero che qualcuno mi legga e soddisfi le sue curiosità. O ci rida su, che non è poco.